L’estetica giapponese

La natura dell’estetica giapponese

Non c’è nulla, talvolta, di più stridente tra l’opulenza di certe produzioni artistiche occidentali e l’elegante semplicità dell’arte orientale tradizionale, specialmente giapponese. Ma quali motivazioni si nascondono dietro questa differenza? Proviamo ad esplorare le concezioni estetiche e filosofiche alla base dell’arte nipponica.

L’influenza buddista

Il gusto estetico giapponese sarebbe incomprensibile se non comprendessimo prima di tutto il retroterra culturale in cui tali concezioni si sviluppano. Il concetto fondamentale in questo caso è la visione buddista del mondo, che appare caratterizzato da una sostanziale impermanenza. Questo termine si riferisce al fatto che la realtà è in costante mutamento, nulla permane indefinitamente nella propria condizione ma tutto cambia e si trasforma; essa non però è un’illusione, dietro cui si nasconde una realtà metafisica costante e immutabile: non esiste cioè alcun Iperuranio platonico a garantire unità e immutabilità al mondo. La realtà è al contrario, in se stessa, impermanente.

Mono no aware

L’espressione mono no aware (物の哀れ) letteralmente di non facile traduzione, può essere reso come “il sentimento delle cose”, “the pathos of things”, con aware che indica un sentimento pietoso, di leggera melanconia e rammarico. Il fatto che ogni cosa sia destinata ad un’effimera fioritura e un rapido sfiorimento non fa che enfatizzare la sottile bellezza di ogni fase di questo fluire temporale. Consci infatti che nulla sia durevole, possiamo apprezzare maggiormente ogni condizione di una cosa nella sua unica esistenza mondana. Ogni sentimento che proviamo verso qualcosa viene moltiplicato in intensità dalla convinzione del suo essere temporale. Un esempio tipico è la tradizione dello hanami 花見, letteralmente la “visione dei fiori (di ciliegio)”, una ricorrenza che attira milioni di giapponesi ogni anno, i quali, nel mese di aprile, organizzano festival e picnic sotto i ciliegi in fiore. Non è ovviamente la forma del fiore del ciliegio in quanto tale a essere più meritevole di ammirazione di altre, ma è la sua caducità a renderlo particolarmente apprezzato, con una fioritura che non dura più di una settimana.

Wabi e Sabi

enso

Ensō, simbolo zen che rappresenta l’illuminazione, l’universo e mu, il nulla dell’imparmanenza

La nozione di wabi (侘, povero, disadorno, solitario) denota una bellezza austera e semplice, che cerca di superare la tendenza ad ammirare un certo fenomeno o oggetto solo al momento del suo – supposto – massimo splendore, come potrebbe essere una luna piena in un cielo senza nubi, o un ciliegio in piena fioritura. Dal momento che tali fasi sono impermanenti, assumono pari dignità anche quegli stati prematuri, o già troppo avanzati, che sono parte naturale e necessaria del ciclo di vita di un oggetto.
Il concetto correlato di sabi (寂, desolato, solitario) si riferisce a quella patina di usura che rende un oggetto unico, quelle piccole perfezioni generate da difetti di fabbricazione o da piccoli danni nell’uso quotidiano. Queste caratteristiche denotano il suo essere nel mondo, l’esistenza dell’oggetto nel flusso delle cose, donandogli quell’aria di esperienza vissuta e per questo di serena tranquillità e solitudine. Da queste idee emerge la forte connessione che la dimensione esistenziale e morale della vita giapponese intrattiene con il mondo naturale, con lo spazio della natura in quanto sfondo ultimo delle nostre vite. Tale concezione emerge dal retroterra shinto.

Yugen

Yūgen indica originariamente qualcosa di misterioso, oscuro. Tale concetto segnala la misteriosa profondità delle complesse interconnessioni che legano le parti del mondo, senza tuttavia rimandare ad un mondo oltre quello naturale, ma esemplificando anzi la vastità di quello attuale. Questo concetto viene esemplificato nelle pratiche rigorose e nei gesti sovra-naturali dei rituali di molte pratiche artistiche – intendendo in senso esteso anche le arti pratiche, che sono comunque inscindibili da una dimensione specificamente estetica. Le sequenze di movimenti delle arti marziali, per esempio, innaturali all’inizio, ma ripetuti fino ad acquisire una nuova naturalezza, mostrano la grazia dell’esecuzione e in questo modo la profondità estetica e spirituale del gesto e della pratica in quanto anche mezzi necessari per vivere.

Kire

Kire, con il senso di taglio, rappresenta un canone estetico particolarmente presente in tantissime arti diverse: dall’Ikebana, dove i fiori vengono recisi quasi a sottolineare il fatto che sono “senza radici”, senza fondamento ultimo, come ogni cosa nell’impermanenza del mondo, al teatro No, che rende in maniera molto stilizzata i movimenti naturali della fisiologia umana. In poesia, specialmente nello haiku, il kireji è una sillaba che segna una pausa, uno stacco netto, per evidenziare un certo scarto semantico tra le due parti di cui uno haiku è composto.

“Sono un popolo enigmatico. Dal momento in cui si svegliano si dedicano a raggiungere la perfezione in ogni gesto.” L’ultimo Samurai. Giocatori di Go in una foresta di bambù.

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Informazioni su Alessio Gerola

Studente di filosofia, indagatore analitico e ispirato della realtà, mi piace indugiare sull'immensa vastità dello scibile umano, portando alla luce i suoi angoli più singolari, e sperimentando creativamente sui modi di farli confluire in qualcosa che possa dirci di più su questa buffa parentesi di coscienza cosmica.

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