Dovere e volere, ovvero del perché essere buoni

right_wrong_way-300x199Perché essere buoni? Perché dovrei comportarmi moralmente in un mondo dove spesso paga di più comportarsi in maniera contraria, sfruttando le persone, essendo egoisti, rubando e infrangendo la legge?
Questo tipo di domande sono tra le più antiche che l’uomo si sia mai posto, e costituiscono il nocciolo della morale e dell’etica ancora oggi. Per molti filosofi, la ricerca della risposta a questa domanda è stata proprio la loro principale spinta speculativa, e sicuramente prima o poi ci ritroveremo davanti all’innocente perché?” di un bambino, magari nostro figlio, che ci chiede di rendergli conto delle motivazioni per cui dovrebbe comportarsi bene ed essere un bravo bambino.

In questo articolo non fornirò delle motivazioni precise come risposta, per le quali rinvio a grandi scrittori e artisti, come Platone, Kant, Tolstoj, che meglio di me hanno saputo fornire motivazioni pressanti per cui una vita virtuosa sia preferibile ad una vita di vizi. Qui si tratterà invece di un’analisi più astratta del fenomeno stesso del dovere, della dimensione normativa della nostra vita, e del fenomeno della motivazione che ci formiamo ad agire in un certo modo, entrambi specialmente riguardo al mondo della morale. La prima parte sarà noiosetta e piuttosto astratta, quindi se non vi interessa particolarmente guardate solo le parti in grassetto, che introducono termini e concetti che troverete in fondo, e partire pure da dopo la terza immagine.

Come dicevo, una distinzione fondamentale qui è quella tra dovere inteso come fenomeno normativo, e volere inteso come motivazione psicologica. Bisogna stare attenti quindi a non confondere i due piani, quello normativo estrinseco da una parte, che stabilisce i comandi e le leggi, e quello motivazionale psicologico dall’altra, che spinge a comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro.

Il primo piano, come dicevamo, riguarda l’istituzione di una normatività da parte di qualcuno che ne sancisce la validità coercitiva, ovvero la creazione di un dovere di qualche tipo, come “tu devi fare x” o “x è moralmente giusto“. Naturalmente ci sono tantissime possibili risposte alla domanda: “da dove nasce questa normatività?”, risposte che la meta-etica, la disciplina teoretica dell’etica che si occupa di quesiti circa la natura della morale stessa e dei giudizi che ne traiamo, esplora in tutta la loro complessità (in questo scritto userò i termini “morale” ed “etica” come sinonimi, non essendo qui centrale la loro distinzione). Un relativista individualista assoluto direbbe per esempio che è ciò che l’individuo sente come tale a rendere x giusto o meno; un teorico dell’Osservatore Ideale direbbe che è ciò che è stabilito da un osservatore con caratteristiche che lo rendono adatto a deliberare cosa sia giusto o sbagliato (tra cui Dio, per un teorico del Comando Divino); per un non-naturalista sarebbe un fatto reale accessibile tramite l’intuizione morale; mentre per un naturalista si vedrebbe dai fatti naturali stessi dell’esperienza comune cosa sia giusto e cosa non lo sia.
Queste sono risposte differenti alla domanda centrale dell’epistemologia morale: “Come conosciamo ciò che è moralmente giusto?“. Questa domanda è la stessa di prima, dato che giusto è un vocabolo con forza normativa nel momento in cui facciamo etica normativa piuttosto che meta-etica (per la quale “giusto” può essere solo un vocabolo descrittivo).

Si potrebbe sostenere che solamente ciò che costituisca un dovere assoluto possa essere fornito come risposta alla nostra domanda, ovvero un comando che in qualche modo risulti intrinsecamente normativo, cioè un comando talmente forte la cui attuazione non si possa rifiutare, quale potrebbe essere un precetto morale derivato da Dio. Vediamo di analizzare meglio questo concetto. Si potrebbe stipulare che un dovere x è tale in quanto dotato di forza normativa, ovvero x ha potere normativo se e solo se propone un dovere ai soggetti che sono a conoscenza di x (si potrebbe naturalmente discutere dello stato normativo di un precetto sconosciuto a tutti). Un dovere, in quanto ciò che ha forza normativa, sarebbe dunque una forza che necessita, che spinge al riconoscimento che x non possa non essere realizzato, dato che risulta coercitivo all’azione.right way

Introducendo la distinzione tra intrinseco ed estrinseco, un dovere intrinseco sarebbe in qualche modo superiore al nostro riconoscimento di esso come tale, ovvero un dovere intrinseco non smette di essere tale, di avere forza normativa, anche se noi non lo riconoscessimo come tale. Per questo noi non avremmo potere su di esso, sarebbe una normatività in qualche modo trascendente. Al contrario, un dovere estrinseco sarebbe normativo solo fintantoché noi ne riconoscessimo la forza normativa.

Qui entra in gioco però il piano psicologico della motivazione. Un dogma, quindi un comando intrinsecamente normativo, smette di essere tale se noi non siamo motivati ad agire secondo le sue direttive, o peggio se siamo motivati ad agire diversamente? Necessariamente no, per definizione stessa di normatività intrinseca, al contrario invece di un precetto dotato di normatività estrinseca, cioè dipendente dal nostro riconoscimento di esso come dovere. La domanda che segue naturalmente è quindi se esistano dogmi normativamente intrinseci, ed eventualmente come riconoscerli.

Ora, il vero problema qui, e il punto centrale che voglio evidenziare, è che un loro eventuale riconoscimento non implicherebbe necessariamente la loro bontà, perché ciò dipende dalla nostra teoria del valore, ovvero come capiamo cosa è buono, giusto, di valore. Per esempio, se fossimo ostaggio di un ladro, che ci intimasse di consegnargli tutti i nostri soldi minacciandoci con un coltello, il dovere che la richiesta normativa del suo ordine, o meglio della sua minaccia, impone, potrebbe anche essere riconosciuto come estrinseco, ma sarebbe controintuitivo affermare che per questo sarebbe buono. Questa distinzione quindi crolla su se stessa nel momento in cui ci rendiamo conto che un dovere senza alcun recipiente, senza persone che ne riconoscano la forza normativa, non avrebbe senso chiamarlo dovere.

Per esempio, se un religioso ci dicesse che un certo precetto sacro fosse intrinsecamente normativo, ma noi non ne riconoscessimo il valore normativo, magari perché aderenti ad un credo differente, per noi esso non avrebbe proprio senso chiamarlo un dovere. Tuttavia cadremmo nello stesso errore se credessimo di poter imporre al nostro avversario dei doveri intrinseci contemplati dalla nostra morale ma non dalla sua. Per questo tutti i doveri sarebbero estrinseci, ovvero un dovere è tale se e solo se la sua forza normativa è Mosericonosciuta e accettata. L’accettazione lo renderebbe infatti un dovere per noi, mentre il mero riconoscimento lo riterrebbe un dovere condizionale, cioè estrinseco, che il nostro avversario si appioppa da solo e pretende di imporre agli altri. Noi NON siamo cioè motivati necessariamente ad aderire ad un precetto, solamente in forza del suo essere normativo. Se così non fosse, il mondo sarebbe il dominio dell’ordine, il cui sistema di regole sarebbe sufficiente per garantire il loro rispetto: ma nemmeno credendo nella forza normativa di un Dio onnipotente la nostra motivazione sarebbe spinta necessariamente ad aderire ai suoi ordini.

Appurato che quindi tra forza normativa in quanto istituente un dovere, e forza motivazionale in quanto istituente delle ragioni per l’azione, esiste una differenza, possiamo muovere una critica alla distinzione intrinseco/estrinseco in quanto pretesa di fondazione di ciò che è giusto. A mio avviso infatti, questa distinzione è minata alla base proprio dal modo che abbiamo di riconoscere ciò che sembra buono da ciò che non lo è. Questo riconoscimento non avviene semplicemente accettando un ordine come un dovere. Prova ne è che spesso riteniamo molte leggi ingiuste (cosa che Hobbes ci avrebbe rimproverato, dato che per lui le leggi hanno valore normativo intrinseco) e persino all’interno dei precetti religiosi c’è chi ne dubita la bontà. Valga come esempio quello di Abramo: credo che pochissime persone, specie se non credenti a Dio, avrebbero agito con l’intento di sacrificare Isacco come Abramo si adoperò. Egli ha riconosciuto l’istituzione di un dovere da parte di Dio, ed è anche stato motivato ad agire in accordo con esso ritenendolo come la cosa migliore, o se non altro come il meno peggio, ma molti la penserebbero diversamente soprattutto al giorno d’oggi. Basti pensare anche ad altri dogmi religiosi che nel corso del tempo si sono ammorbiditi, specie in correnti moderate, prendendo come emblematico per noi qualche esempio di legge islamica, che l’ISIS recupera al contrario nella sua forza cruenta originaria.

Un errore che spesso segue da questa tesi, è il relativismo individualista assoluto (che spesso viene pure confuso con il nichilismo), per cui si può dire “buono” solo ciò che lo è per me e basta, istituendo un dogma ad personam. Questa posizione è deducibile da quanto detto, ma non ne è conseguenza necessaria, anzi, è mio preciso intento demolirne la validità.

Una volta riconosciuto che il nostro accesso epistemologico a ciò che è buono non avviene tramite l’accettazione della forza normativa di un qualche comando, ci si ritrova caricati della responsabilità della ricerca di ciò che valga la pena istituire come comando, in forza della sua riconosciuta bontà.
Per esempio, se leggendo un testo sacro scoprissimo che la generosità fosse considerata una virtù fondamentale secondo i precetti di quella religione, non sarebbe in forza della richiesta normativa del comando divino, che tale testo istituisce, che noi ne riconosceremmo la bontà, ma essa verrà guadagnata solo tramite una ponderata riflessione riguardo il contenuto del comando stesso, cercando di immaginarci quali conseguenze porrà la sua attuazione, se esse siano desiderabili o meno, e quindi, in ultima istanza, se ci siano motivazioni valide che spingano all’adesione a tale comando. Naturalmente, nel fare ciò, è fondamentale anche confrontarsi con altri, ascoltare opinioni differenti e discutere, dato che la propria sola deliberazione non è spesso sufficiente a stabilire cosa valga la pena seguire, ma la prova di ciò verrà data tra poco.

Perché essere buoni dunque? Perché aderire a certi precetti che sembrano portare più spesso una perdita che un guadagno?
Dal momento che è conseguenza della posizione raggiunta in conclusione che l’insieme dei precetti “moralmente giusti”, che vorremmo porre come significato di essere buono, non sia immutabile ma possieda ciononostante un nocciolo duro al suo interno, formato dalle più forti intuizioni e motivazioni che abbiamo verso la bontà di certi comportamenti – dal momento che non siamo indifferenti, non tutto va bene (ed ecco la distinzione tra relativismo e nichilismo)-, solamente nel caso in cui la nostra unica preoccupazione fosse far agire le persone in un certo modo al di là del loro riconoscimento del valore del comando, potremmo aderire alla posizione per cui la risposta alla domanda “Perché essere buono?” sia possibile solo tramite un dogma. ExplorationQuesto, ciononostante, è un interesse pratico che riguarda la politica, la legislazione e l’istituzione di regolamenti. Ma la ricerca che c’è dietro, l’esplorazione morale alla scoperta di quali valori convenga porre come comandi in quanto riconosciuti come buoni, non può trovare risposta in un dogma, in un “perché sì”.
Dunque, senza voler dare risposte conclusive, ma ad ogni modo la risposta migliore che al momento mi sento di sostenere in base alle argomentazioni fornite, è che il motivo per cui essere buoni, il perché in forza di quale ragione dovremmo comportarci in un certo modo, è che abbiamo buone ragioni per farlo, perché conviene sotto molti punti di vista, ed è confrontando e migliorando le nostre posizioni a riguardo che avviene il progresso morale. il fatto che non sia un dogma è fondamentale perché l’insieme dei precetti rimanga sempre migliorabile. Il riconoscimento personale della bontà funziona solo e solamente se non è dogmatico, ma critico e aperto alle motivazioni. Se tante persone affermano che agire bene convenga, è solo confrontandoci con le ragioni che forniscono che possiamo trovare delle motivazioni ad agire bene, nel caso in cui noi stessi non ne trovassimo.

E perché dovrei farlo?” si potrebbe domandare ancora, tentando di decapitare con forza le nostre ultime considerazioni. La risposta qui è semplice. Se non fossi disposto a confrontarti con gli altri non saremmo qui a discuterne. Non avresti posto la domanda in principio, se non ti interessassero le risposte. Se volessi essere dogmatico mi avresti fracassato il cranio nel momento in cui avrei cercato di farti riflettere sul perché il tuo comportamento è sbagliato. E allora non staremmo più facendo morale.

D’altronde, ciò che ci guida alla ricerca della bontà, della giustizia, dei massimi valori morali, è in fondo la stessa cosa che ci spinge a chiederci “Perché essere buoni?”.

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