Go, psicologia e crescita personale

1015483_616500825105342_2916963923591791105_oIl Go è un gioco che, come molti analoghi giochi strategici da tavola, richiede che sia una coppia di giocatori a sfidarsi all’ultima pietra. Grazie —  direte — è la prima cosa che ho imparato! Vero, ma ciò non lo rende così banale come sembra. Nel Go, infatti, accadono spesso lunghi combattimenti senza esclusione di colpi che coinvolgono tutta la tavola, portati avanti talvolta con sottili strategie di inganno e di sacrificio, altre volte con profonde invasioni e presuntuosi attacchi frontali, e da queste contese si possono ricavare interessanti riflessioni.

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La serenità mentale tipica dei giocatori asiatici

Per esempio, una differenza rispetto agli scacchi è che l’obiettivo finale non è la totale distruzione dell’avversario, ma anzi la costruzione di un territorio inespugnabile. Nella quasi totalità delle partite, cercare di eliminare completamente l’avversario è improduttivo, anzi spesso deleterio. Il Go porta quindi naturalmente ad uno sviluppo reciproco dei territori e delle influenze, una costruzione creata dall’incontro/scontro di due menti diverse. Il Go insegna quindi a non essere ingordi, aspettando pazientemente il momento opportuno per agire, che quando si presenta deve però essere colto al volo. Per questo è stato anticamente riconosciuto dalla pratica buddista come un modo possibile per avvicinarsi all’illuminazione, un processo che, come nello zen, richiede il raffinamento di qualità sia morali che intellettuali.

Il go aiuta inoltre a gestire il conflitto e l’ansia, che è necessario riuscire a dominare per riuscire a giocare in maniera calma ed efficace anche nel mezzo di un’accesa battaglia. Esso sviluppa anche il rispetto per l’avversario, che emerge nel saluto iniziale tra i giocatori, e lo spirito di collaborazione, che si esprime nella volontà comune di rivedere insieme la partita e aiutarsi a migliorare.

Ad un buon giocatore inoltre non è richiesto il solo fd1538458f297da20634c369cc091973uso della pura logica, utile nelle situazioni locali di lettura delle mosse, ma anche l’intuizione alla ricerca di principi per gestire la situazione generale che mette il relazione i vari gruppi locali, e la creatività di immaginare mosse nuove di fronte a situazioni impreviste. E’ interessante notare che persino i computer, per fare il salto di qualità nel giocare a go contro gli umani, hanno dovuto cambiare approccio: la forza bruta del calcolo semplicemente non è sufficiente, e questo banalmente a causa dell’enorme numero di possibili configurazioni sulla tavola, stimato nell’ordine di 10^170, più del numero di atomi nell’universo.

Un domanda interessante, che può emergere spontanea una volta sperimentata la complessità strategica che emerge da regole così semplici, è la seguente: esiste una 11001897_10205689176729607_7262213426580314113_nstrategia perfetta? Ovvero, esiste un modo per determinare la mossa seguente che consenta, soprattutto nel caso l’avversario risponda in maniera altrettanto corretta, di vincere sempre? Dal momento che il Go è un gioco con regole non ambigue e privo di variabili casuali, l’esistenza di una tale strategia perfetta sembra derivare logicamente dalle regole. Questo non vuol dire però che noi umani siamo in grado di determinarla, soprattutto sul goban di dimensione regolare, e nemmeno i computer sembrano più vicini di noi, ancora. Scoprirla è più facile via via che la dimensione decresce, al punto che, per esempio, su un goban 2×2 non è difficile prevedere l’esito migliore cui i giocatori possono aspirare. Tuttavia per il momento, sul goban di 19×19 linee possiamo basare al meglio le nostre strategie sul riconoscimento di configurazioni di pietre ricorrenti (cosa in cui i computer stanno migliorando) e, non da ultimo, l’uso di tattiche psicologiche che si basano sulla conoscenza dello stile peculiare dell’avversario, al fine di metterlo in difficoltà.

Tutto questo ci fa pensare allo spirito d’umiltà con cui il gioco richiede d’essere affrontato. La sconfitta non deve essere percepita come prova dell’inferiorità del perdente, ma piuttosto come occasione per quest’ultimo di imparare qualcosa di nuovo e migliorare nel gioco stesso, raffinando sempre di più la propria comprensione e la propria strategia. D’altronde, quando si perde, è a causa degli errori che si è commesso, e quando si vince è a causa degli errori commessi dall’avversario. Il go quindi, come molti altri giochi di simile natura, può aiutare a sviluppare questo spirito auto-critico di riflessione, miglioramento e crescita. Perché è solo quando si smette di riflettere sui propri errori, che si smette di imparare.

Alla prossima con un nuovo articolo sul mondo del go!

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