Qualche valore politico per lo sport?

E’ di qualche giorno fa la notizia che il judoka egiziano Islam El Shehaby, al termine dell’incontro che lo ha visto sconfitto dall’atleta israeliano Ori Sasson, si sia rifiutato di inchinarsi e stringerli la mano, come i valori sportivi e la tradizione del Judo impongono. El Shehaby è dunque stato immediatamente richiamato da parte del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) per il proprio comportamento, e rimandato a casa.

Se i provvedimenti del CIO sono corretti e legittimi, e sembrano esserlo, dal momento che le Olimpiadi non vogliono, in maniera programmatica, essere una proxy-war che riproduca in scala ridotta i conflitti e le tensioni esistenti tra i diversi Stati, esistono motivi che, però, pur esulando dall’ambito strettamente sportivo, sono cionondimeno molto presenti sia fuori che sul campo di gioco. Ecco che allora questo incidente di diplomazia sportiva offre lo spunto per interrogarsi sui rapporti sottili e complessi tra la pratica sportiva e i valori politici e morali

Non penso occorra elaborare molto sul valore delle Olimpiadi nell’Antica Grecia, un periodo di tempo nel quale le ostilità venivano sospese in nome dello spirito di sacralità del terreno di gioco e del valore estetico della pratica stessa, per ricercare quelle affinità che ci accomunano nello sforzo e nella competizione (o almeno così ci piace raccontarla). Ad ogni modo sono questi gli ideali che animano lo sport, soprattutto olimpico, al giorno d’oggi.

Andrei invece a vedere un po’ più chiaramente i motivi coinvolti nel casus di cui sopra. Sono infatti innegabili i sentimenti e le tensioni coinvolte in un match politicamente carico come quello tra Egitto e Israele. Le reazioni del mondo arabo e di quello israeliano sono state variegate (per approfondire con alcune discussioni su Reddit si veda questo, o quest’altro). Volendo riprendere brevemente un po’ su quanto è stato discusso in quelle sedi, sembra che l’atleta egiziano si fosse trovato in una sorta di fuoco incrociato, rischiando di amareggiare qualcuno in qualunque modo egli si fosse comportato. Sembra infatti che ci siano state pressioni da parte dell’Egitto o dei connazionali dell’alteta stesso affinché egli non partecipasse o comunque esplicitasse la propria posizione politica a riguardo. Dall’altra, sembra che la decisione di competere o meno in quel particolare match non sia spettata a lui.

Considerate quindi simili eventualità, per quanto non chiaramente attestate, penso che ad ogni modo si possa formulare un giudizio bilanciato sulla vicenda. Egli ha sicuramente avuto le sue ragioni per agire come ha agito, vuoi per ragioni autenticamente personali, vuoi per pressioni esterne, in cui ha cercato di commettere il “male minore”. Ciononostante, ha infranto i valori fondanti del contesto in cui si trovava, e su un duplice piano: ha infranto i valori olimpici di fratellanza che bandiscono qualunque istanza politica, religiosa o altrimenti faziosa dall’essere presente sul terreno di gioco — possiamo chiamarla una fondante aspecificità valoriale dello sport olimpico — e ha infranto il codice d’onore del Judo stesso, che come altre arti marziali orientali prevede un’estrema cortesia e rispetto in ogni circostanza, disonorando la pratica stessa. A livello formale, dunque, il suo comportamento è scorretto e va legittimamente punito.

A livello sostanziale tuttavia, il gesto può rimanere comprensibile, come accennavo, e la sua condanna “tout court” disputabile — almeno quanto lo è la questione israelo-palestinese. Com’è chiaro, ci sono più o meno validi motivi di tensione tra stati arabi ed islamici ed Israele, motivi che avrebbero comunque potuto trovare diversa espressione, per esempio non partecipando all’incontro, evitando di disonorare sia le Olimpiadi che la pratica del Judo, e come peraltro è tradizionale pratica fare da parte di intere compagini nazionali (valgano da esempio i boicottaggi reciproci tra USA e blocco URSS nelle Olimpiadi di Mosca del 1980 e di Los Angeles nel 1984).

Se dunque il gesto è stato correttamente sanzionato per i valori condivisi che ha infranto, ci sono dei valori su cui poggia che invece ne sostengono le motivazioni fondamentali, e sono queste il focus del discorso. Il gesto va condannato, le motivazioni vanno ascoltate.

Ed è necessario mettersi in discussione con esse, piuttosto che abbandonarsi all’odio e al fazionismo. Quello che l’atleta egiziano può aver voluto esprimere è un punto assolutamente legittimo, e di fondamentale importanza per lo scenario internazionale, dove mancano valori comuni che guidino l’azione politica. Egli ha scelto l’integrità delle proprie convinzioni rispetto alla “facciata” di valori sportivi che non era in grado di condividere in quel contesto. E’ con amarezza che si arriva a constatare che oramai sia tramite questo tipo di scandali che il dibattito internazionale su questioni tanto spinose venga portato avanti. Questo è un chiaro segnale di mancanza di un vero confronto, di un ascolto attento delle questioni in gioco e di un adeguato intervento. Se quindi il mondo islamico deve riuscire a trovare una voce efficace delle proprie questioni, senza però mettere a repentaglio i valori condivisi, e Israele deve fare del proprio meglio per confrontarsi realmente e collaborativamente con queste istanze (e viceversa, aggiungerei), noi dobbiamo essere in grado di cogliere questi messaggi e favorire quei valori e quelle possibilità di comprensione che possono aiutare ad affrontare la questione.

Questione che, però, deve rimanere fuori dal campo sportivo. Il quale, al contrario e innanzitutto, può riuscire a creare uno spazio dove coltivare quei valori di comunità e comprensione che sono gemme tanto rare quanto bistrattate nelle Olimpiadi politico-economiche delle Nazioni.

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